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Pindasweda o pindasveda
è una delle cosiddette tecniche (anche se sarebbe più
opportuno definirla terapia o trattamento) Ayurvediche .
La pratica
ayurvedica dei “pindasweda”, che consiste nell’effettuare un
massaggio utilizzando sacchettini di erbe medicinali molto caldi, dove gli
effetti del trattamento termico si uniscono a quelli dei fitopreparati.
Per inquadrare il ruolo
terapeutico di pindasweda come del resto anche del
navarakhizhi è necessario riconsiderare questi trattamenti
all’interno delle tecniche del panchakarma classico; quest ultimo si
suddivide in tre fasi:
-
·Purvakarma
– ovvero le “azioni preliminari”;
-
Pradhanakarma – ovvero le “azioni
principali”, in cui consiste il panchakarma propriamente detto;
-
Pascatakarma o Uttarakarma
– ossia le “azioni successive”.
Il Purvakarma,
o prima fase, inizia circa
due settimane prima del panchakarma vero e proprio, si basa
fondamentalmente su tecniche lenitive (“samana”) e ha tre
finalità principali:
-
Ridurre e smaltire la
maggior quantità possibile di “ama”, le tossine;
-
Rafforzare “agni”,
ovvero il fuoco gastrico, per evitare la formazione di ulteriore ama;
-
Attenuare i dosha
alterati e farli affluire dai tessuti periferici al centro (intestino,
polmoni).
Per ottenere questi tre risultati, si
utilizzano tre tecniche:
Gli antichi testi ayurvedici
prevedono varie tecniche in grado di ottenere un effetto diaforetico. In sé,
il termine “sweda” significa sudore, uno dei tre “mala”,
ovvero uno dei prodotti di scarto che il sistema corporeo deve trattenere
nella giusta proporzione e di cui deve espellere l’eccesso. Più
precisamente, il sudore costituisce uno dei prodotti di scarto di kapha.
L’espulsione del sudore contribuisce ovviamente ad ottenere il primo degli
obiettivi del purvakarma, ovvero la riduzione delle tossine, che vengono
espulse attraverso i pori.
Inoltre, secondo la
tradizione ayurvedica, la produzione di sweda contribuirebbe a sua volta a
produrre “kleda”, un fluido corporeo essenziale che
contribuisce a mantenere l’umidità e la giusta temperatura del corpo.
La produzione di sweda
avviene grazie al contributo di pitta e/o agni, ovvero le
forme “interne” di fuoco di cui il corpo dispone. Quando il corpo è in
salute la produzione di sudore è autoregolata e ben equilibrata, mentre
quando il corpo si ammala il sudore viene prodotto o in eccesso o in
difetto. È il caso, ad esempio, di chi ha la febbre o viene colpito da un
urto di vomito e, in seguito a questo, ha un forte aumento della sudorazione
e conseguente disidratazione.
Ora, secondo gli antichi
testi ayurvedici, l’epidermide, che è la nostra barriera verso il mondo
esterno, non può esistere né mantenersi morbida, senza l’ausilio di
sweda e kleda. Per questo il mantenimento della
corretta quantità di entrambi i fluidi è molto importante.
Secondo Charaka
Samhita, swedna karma è il trattamento che aiuta il corpo a
liberarsi dalla rigidità, dalla pesantezza e dal freddo attraverso il
sudore. Di fatto, viene utilizzato per intervenire su una vasta gamma di
disagi corporei dovuti ad eccesso di vata e di kapha.
Il trattamento di swedna
karma, qualunque sia la forma con cui viene eseguito, fa sempre seguito ad
una tecnica di oliazione (snehana), sia esterna che interna.
Le tecniche di swedna karma
possono essere classificate da vari punti di vista:
· Tecniche
facenti uso di fonti di calore esterne rispetto al corpo;
-
Tecniche in grado di
indurre calore “dall’interno” del corpo mediante il ricorso a vari tipi di
decotti a base d’erbe officinali
-
Tecniche asciutte o
umide
Letteralmente, “Pindasweda”
significa aiutare il corpo (“Pinda”) a traspirare e a sudare (“Sweda”).
Il metodo più comune utilizzato in ayurveda per effettuare questo
trattamento, è quello del bagno di vapore. Normalmente si fa uso di una
scatola sufficientemente grande per contenere una persona, con un foro in
alto per consentire al paziente di tenere la testa fuori, al fresco. Nella
scatola viene immesso vapore caldo. Prima di entrare, al paziente viene
chiesto di evacuare e di bere un paio di bicchieri di acqua fresca. Sulla
testa gli viene posto un asciugamano umido e fresco.
Il paziente rimane nel bagno
di vapore non più di mezz’ora, e poi viene invitato a fare una rapida doccia
fredda e a rimanere in assoluto riposo per circa mezz’ora. Solo dopo questo
tempo gli viene permesso di assumere alimenti semi-liquidi (zuppe, succhi o
frutta).
Nella scuola di
panchakarma del Kerala, le tecnica di Pindasweda viene effettuata
in tutt’altro modo, effettuando una fomentazione dell’intero corpo mediante
una sorta di trattamento di massaggio effettuato ricorrendo a particolari
mix di erbe calde, o utilizzate secche, oppure sotto forma di decotti,
mescolate con una speciale varietà di riso bollito nel latte (navarakhizhi).
Solitamente i mix di erbe e i decotti vengono posti in piccoli sacchettini
di cotone non colorato, mantenuti caldi, che costituiscono una sorta di
“palline” grandi più o meno un pugno. Il massaggio viene effettuato proprio
utilizzando questi sacchettini (denominati “potali”) al posto delle mani.
L’utilizzo di fitopreparati
all’interno dei potali fa sì che, talvolta, tale tecnica sia denominata “patrasweda”,
in quanto “patra” significa appunto “foglie”.
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