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TANTRA

 


 I Corsi di Tantra di Satya Narayana
 

  I Corsi di Tantra di Satya Narayana

 

Dal libro
edito in proprio da Narayana Institute

"il Massaggio Tantrico"
di Stefano Paggini

 

Il Tantra: per favore, basta equivoci!

 

tantra, tantrismo, tantrico, tantricaNella nostra civiltà occidentale, specialmente in Italia, l’esperienza culturale, emozionale e spirituale del Tantra è ripetutamente oggetto di grossolani fraintendimenti. Spesso – se non sempre – il tantrismo è stato ridotto ad una sorta di cultura della sessualità sfrenata, fine a se stessa, una specie di “filosofia dell’orgia” che finisce spesso con l’attirare l’attenzione di frustrati e soggetti sessualmente disturbati.

Sono questi il momento e l’occasione per fare un po’ di chiarezza su una delle più alte costruzioni spirituali del mondo orientale.

Cos’è il Tantra?

Il Tantra non è né una filosofia, né una religione, né una disciplina o una tecnica: è una “via”. Questo concetto, inusuale per la mentalità occidentale, sta ad indicare un percorso esperienziale, strutturato e concepito per condurre l’anima – la parte spirituale dell’essere umano – a ricongiungersi con il principio divino dell’universo che già l’anima contiene dentro di sé.

Attraverso una particolare “via”, percorsa con l’interezza del proprio essere (corpo, mente, anima), lo spirito, scintilla del fuoco divino, torna ad incontrarsi e a perdersi nell’infinità d’amore che lo attende.

È una prospettiva grande, che, fra l’altro, non caratterizza solo il Tantra, ma tutte le “vie” tradizionali dell’oriente: lo yoga, il taoismo, ecc.

Come tutti i raggi di una ruota, se percorsi fino in fondo, conducono inevitabilmente al centro, al mozzo, che è l’anima della ruota stessa, così ogni “via”, pur nella sua specificità, conduce all’incontro con il divino che sta al di là di ogni rappresentazione che l’uomo se ne fa.

L’obiettivo comune è perciò quello di puntare verso il cielo, ma ogni “via” suggerisce una strategia diversa per ottenere il medesimo risultato. Se l’ashtanga yoga di Patanjali propone, in un certo senso, di costruirsi le ali per volare – purificando progressivamente il proprio essere, il Tantra suggerisce invece il modello dei grandi alberi: radicarsi profondamente nella terra per poter innalzare le proprie fronde nell’azzurro del cielo.

Volare è una sfida dura: occorre alleggerirsi al massimo, rinunciare a moltissime cose per tornare ad un’essenzialità assoluta, allenarsi duramente, avere coraggio e potenza per combattere la forza di gravità. Per questo, con molta lucidità, il grande maestro Osho Rajneesh sosteneva che lo yoga è una via “maschile” verso il divino, una via per combattenti spirituali.

La grande quercia opera diversamente: forte, radicata nella terra, accoglie fra i rami lo spazio del cielo e le sue creature, senza sfidarlo, come una madre che vede nel suo piccolo figlio una scintilla di Dio, ma, al contempo, lo nutre e lo allatta, senza dimenticare che – per ora – egli appartiene ancora alla terra. E anche la terra sa amare!

Questo è il Tantra: la via femminile verso “moksha”: la trasformazione finale.

La festa della sensorialità sottile

Il termine “Tantra” deriva dalla radice sanscrita “tan”, che, alla lettera, indica l’azione di stendere la tela sull’ordito e quindi, in senso lato, significa “espandere”, “dilatare”.

E cosa viene dilatato? Molto semplice: lo spirito, la coscienza incondizionata, il “sé”, ciò che la tradizione filosofica indo-vedica chiama “atman”, contrapponendolo all’ego psicofisico (l’ahamkara).

Per ottenere questa espansione del sé, ovvero la dilatazione della coscienza, il punto di partenza, secondo il Tantra, consiste nella ricalibratura della sensorialità.

Gli esseri umani, spesso, sono caratterizzati da una sensorialità grossolana, distratta, incapace di percepire le sfumature. È un problema, perché disporre di una sensorialità grossolana significa non riuscire a cogliere la bellezza sottile di tutto ciò che ci circonda, divenire incapaci di gioire profondamente per il tenue fascino di un fiore, il profumo di un muschio, il tocco di una mano. Per reagire abbiamo sempre più bisogno di stimolazioni intense, pesanti, invasive: le troviamo nella droga, nel mondo delle immagini trash, nell’inferno acustico delle discoteche.

Per un essere umano che ha incrementato la finezza dei suoi sensi, la vita tutta intorno è piena di bellezza e di fascino. Se Dio esiste nulla è “normale”, ma tutto, proprio tutto, è “straordinario”, solo che i nostri sensi rozzi e ottusi ci rendono sempre più incapaci di “sentire” la vita.

Per questo il primo passo della via tantrica consiste in una purificazione della sensorialità. Purificarsi dall’inquinamento sensoriale che caratterizza la vita quotidiana per sviluppare una sensorialità sottile, capace di cogliere le sfumature e, con esse, la ricchezza della vita.

Colori, profumi, sapori, contatti fisici, suoni, mantra e musica. Raffinate esperienze in tutti questi ambiti conducono finalmente il sadhaka tantrico (il discepolo che percorre questa via) a vivere con intensità il “qui ed ora”. Se percepisco la ricca bellezza della realtà che mi circonda e mi  lascio catturare dalla pienezza di vita che ogni istante contiene, la mia mente sentirà sempre meno il bisogno di essere “altrove”, di fuggire nel passato o nel futuro, la mia consapevolezza inizierà a crescere e la coscienza a dilatarsi, i rimpianti e le paure a svanire, l’ansia del futuro a diminuire. Così, senza che il sadhaka se ne renda neppure conto, la dimensione della meditazione è iniziata. Perché questa è la meditazione: totale presenza, apertura e dilatazione della coscienza che scopre l’eternità nell’istante presente.

La sessualità tantrica

Con il ricco bagaglio di una sensorialità rinnovata il sadhaka tantrico si avvicina alla sessualità e la vive in un modo sacro. Secondo la visione tantrica, infatti, la sessualità è il contesto in cui Dio in forma maschile incontra Dio in forma femminile.

L’importanza attribuita alla sessualità, unico aspetto per cui il Tantra sembra essere noto in occidente, dipende, in realtà, dalla visione simbolica che ne ha.Tantra, tantrico, tantrismo, tantrica

Il Tantra invita il sadhaka a riflettere sull’atto sessuale: il “Maithuna” o “mahamudra”. Si tratta del “grande gesto” (questo è il significato di “mahamudra”), l’azione più totale che l’essere umano incarnato può compiere, perché è l’azione che rende presenti le forze creative del cielo e della terra, che generano e sorreggono la vita.

La fusione del maschio con la femmina simboleggia l’unione di purusha e prakriti (l’energia dello spirito e l’energia della natura), e, al tempo stesso, la fusione dell’anima col divino che l’attende.

È un po’ come se il Tantra invitasse a vivere l’esperienza della sessualità, come una piccola e parziale anticipazione della pienezza e totalità della fusione che attende lo spirito quando giungerà ad incontrare  il divino. L’invito del Tantra è semplice: vivi la sessualità con la pienezza dei sensi sottili che hai sviluppato, gioisci di essa nella pienezza dei profumi, del gusto, della visione e del tocco, annegati nel “qui ed ora” del piacere intenso che essa ti arreca, e al tempo stesso ricorda che il “samadhi” che provi (cioè il senso di appagamento dato dalla fusione) non è che l’anticipazione pallida di un ben più alto samadhi che ti attende: la fusione con Dio.

La sessualità vissuta tantricamente, perciò, non è altro che il dito che indica la luna. Solo lo stolto si perde a guardare il dito: l’obiettivo è la luna. Per questo, quando la spiritualità si è davvero espansa, l’esperienza sessuale tantrica può paradossalmente arrivare a coincidere con il brahmacarya (l’astinenza sessuale). Una volta compreso il significato del sesso in quanto simbolo, quest’ultimo può anche essere abbandonato, benché il tantra non rivolga alcun invito a farlo. In sostanza, come i grandi maestri hanno ben compreso, una volta che la coscienza sia liberata dalla dipendenza emozionale dalla sessualità, quest’ultima può ancora essere vissuta o no, con la libertà di chi è salito ad un livello più alto e non viene più condizionato da quelli inferiori.

Dalla sensorialità all’incontro col divino

Lo sviluppo della sensorialità e l’esperienza simbolica della sessualità non sono che il primo passo del Tantra. La meta, non dimentichiamolo, è l’incontro dello spirito con il divino che è già presente in lui. Per condurre il sadhaka in questa direzione il tantra ha sviluppato una serie di strumenti, dal sapore fortemente esoterico, per richiamare le energie dell’universo e renderle presenti nell’esperienza vitale del praticante.

La nozione di “chakra”, per esempio, oggi così scioccamente abusata, nasce in contesto tantrico e si riconnette alla visione antropologica delle Upanishad, gli antichissimi testi vedici che parlano della presenza nell’essere umano di molti “corpi”: il corpo fisico, quello eterico (energetico), quello emozionale, mentale e causale.

Il tantra “legge” l’essere umano prevalentemente come energia, e insegna metodi e tecniche per svilupparla e indirizzarla. Yantra (geometrie sacre), mudra (gesti energetici sacri), forme di meditazione, mantra (suoni sacri), colori, cristalli, ecc. sono tutti strumenti pensati per condurre il sadhaka a contatto verso la pienezza della dimensione spirituale.

Naturalmente, il sadhaka tantrico autentico è consapevole che queste pratiche, in sé, non saranno sufficienti per incontrare il divino. Esse si limitano a predisporre il praticante per uno sperato incontro, lo rendono aperto e disponibile ad accogliere un’eventuale presenza. Il divino è essenzialmente libertà, e si mostra quando e come vuole.

E, se e quando l’incontro con il divino avviene, tutto questo strumentario diviene inutile.

Perché quando si raggiunge la meta definitiva, da cui non ci si allontanerà più, si può anche dimenticare la strada percorsa.

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